sabato 17 settembre 2011

Grow the Planet, il social network che aiuta a coltivare un orto 2.0


Grow the Planet si è già guadagnato l'appellativo di "FarmVille per il mondo reale" perché, proprio come nel celebre gioco su Facebook, vuole convincere i suoi utenti a dare il via alle coltivazioni. L'unica differenza è che qui non si parla di zappe e carote digitali, ma di orti veri e propri. Il nuovo social network per chi ha il pollice verde è stato lanciato dal palco del TechCrunch Disrupt, uno dei principali eventi per le startup web, ed è un'iniziativa tutta italiana che sta già raccogliendo ottime critiche oltreoceano.

"L'obiettivo di Grow the Planet è di incuriosire e coinvolgere le persone nel crearsi un proprio orto - spiega il cofondatore Leonard Piras - Ci piacerebbe che tutti capissero come è facile e divertente far crescere un orto, mangiare del cibo più salutare e migliorare l'ambiente che ci circonda". Il sito si distingue dalle altre esperienze simili per il suo approccio che cerca di coinvolgere sia il dilettante che il giardiniere più esperto.

Proprio come in un social network, ogni utente può creare una lista di propri amici e, grazie alle geolocalizzazione degli orti, possono nascere delle comunità locali per lo scambio di semi e ortaggi, o con cui organizzarsi per acquisti a distanza. Su Grow the Planet è possibile "disegnare" il proprio orto, e specificare quali ortaggi o piante si vogliono coltivare. In questo modo si ricevono delle informazioni utili su come agire e sui tempi e sulle cure necessarie perché gli spinaci crescano sani e forti, o le zucchine non appassiscano in fretta.

Un algoritmo speciale aggiorna inoltre sulle condizioni meteo e fornisce suggerimenti in tempo reale sul da farsi: evitare che una grandinata possa distruggere il frutto di tanta fatica dovrebbe diventare più facile. Creare il proprio orto non sarà forse immediato e indolore come in Farmville, ma chiunque voglia mettere alla prova il suo pollice verde con l'ausilio delle nuove tecnologie risparmierà non poca fatica.

Fonte: La Repubblica

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