domenica 11 settembre 2011

American Online vuole acquistare Yahoo! per rispondere a Google


Tim Armstrong, il numero uno di Aol, avrebbe intenzione di fondere la sua società con Yahoo!. Da qui il mandato ad alcuni consulenti di esplorare le possibilità di mettere insieme i due gruppi Internet. Aol ci aveva già provato nell’ottobre 2010, ma l’allora AD di Yahoo!, Carol Bartz, aveva rifiutato le proposte di Armstrong. Adesso però la Bartz è stata licenziata e Armstrong è tornato alla carica. Secondo l’agenzia Bloomberg, il manager vorrebbe far comprare Aol da Yahoo! e restare alla guida come amministratore delegato del nuovo colosso post fusione, per poi fare concorrenza a Google e Facebook. Altre fonti hanno invece spiegato che Yahoo! non sarebbe interessata all’affare, vale in Borsa più di 18 miliardi di dollari, mentre Aol, in perdita, ne vale solo 1,6. Ma anche Yahoo!, che negli anni ’90 era il più popolare motore di ricerca e valeva 80 miliardi, ha perso posizioni dall’arrivo di Google. E ha già rifiutato un’offerta nel 2008, quando Microsoft aveva offerto 44,6 miliardi di dollari per comprarla (sostenendo che la cifra non era adeguata all’effettivo valore dell’azienda). La contrattazione andò avanti per quasi un anno portando a forti contrasti all’interno del Cda e a una notevole riduzione del valore delle azioni Yahoo! in Borsa. Alla fine Microsoft si tirò indietro e, dopo pesanti critiche, l’AD di Yahoo!, Jerry Yang, decise di abbandonare il proprio incarico, cedendo la poltrona a Bartz. Ora, lo stesso licenziamento della Bartz sarebbe stato deciso per tranquillizzare il board e gli azionisti, scontenti per gli scarsi risultati. Nell’ultimo periodo le prestazioni realizzate dalla società erano inferiori alle sue potenzialità: si stima che nei due anni e mezzo di gestione Bartz, il tempo mensile mediamente trascorso dagli utenti americani su Yahoo! sia diminuito di almeno un terzo. I risultati di alcune analisi pubblicati in un rapporto interno hanno dunque spinto i consiglieri a prendere l'iniziativa, sostituendo il loro CEO, colpevole di aver mancato la rivoluzione dei social media, ma anche la transizione verso il computing mobile.

Via: Il Giornale

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