giovedì 26 marzo 2020

Ingecom, coronavirus e ricorso allo smartworking: quali le difficoltà?


Nell’ambito delle misure adottate dal Governo per il contenimento e la gestione dell’emergenza Coronavirus, il Presidente del Consiglio dei ministri ha emanato il DPCM 1° marzo 2020 che torna sulle modalità di accesso al lavoro agile (o smart working). Per far fronte alla pandemia COVID-19, alle aziende è stato chiesto di introdurre lo smart working dove possibile. Una soluzione che può aiutare a rendere più efficaci le politiche di contenimento dell’epidemia, ma che nel nostro paese sta incontrando notevoli difficoltà. Ingecom, società specializzata nella fornitura di soluzioni di sicurezza informatica analizza la situazione per mettere a fuoco le criticità su cui è necessario intervenire.

Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, le attività lavorative per le imprese, ad esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità, possono essere svolte in modalità domiciliare ovvero in modalità a distanza. Lo prevede il decreto attuativo del Decreto legge 23 febbraio 2020 n.6, recante le misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, pubblicato in Gazzetta ufficiale. Mercoledì 4 marzo, il Presidente del Consiglio dei Ministri ha firmato un nuovo DPCM che cristallizza l’accesso agevolato allo smart working già contenuto nel precedente DPCM del 1° marzo 2020. Così, le aziende che non avevano mai provato questa forma di lavoro a distanza hanno potuto sperimentarla per la prima volta.


In Italia secondo gli ultimi dati disponibili lavorano con lo smart working (stabilmente o occasionalmente) circa 354.000 persone, meno del 2% dei lavoratori complessivi, ma le persone potenzialmente occupabili con questi sistemi – secondo i calcoli della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro – sarebbero 8,3 milioni. Ipotizzando che un terzo di questi lavorasse da casa, il lavoro agile potrebbe riguardare circa 2,7 milioni di persone portando il Paese sulle medie dei grandi paesi europei. Secondo gli ultimi dati Eurostat nel 2018 l’11,6% dei lavoratori europei alle dipendenze di imprese o organizzazioni pubbliche praticava smart working, lavorando dalla propria abitazione saltuariamente (8,7%) o stabilmente (2,9%), grazie alle opportunità messe a disposizione delle nuove tecnologie.

In Italia la percentuale si ferma al 2% a fronte del 20,2% del Regno Unito, del 16,6% della Francia e dell'8,6% della Germania mentre nel Nord Europa si supera in alcuni casi (Svezia e Olanda) il 30%. “Il  nostro paese parte da una situazione non ideale”, spiega Sergio  Manidi, Country Manager Italy di Ingecom. “In  questo quadro le aziende dovranno fare uno sforzo notevole, soprattutto a livello di adeguamento delle infrastrutture IT”. Nel nostro paese, prima dell’emergenza coronavirus, le aziende che avevano avviato progetti per gestire lo smart working erano meno del 60%, con un coinvolgimento che, in media, ha raggiunto circa il 50% degli impiegati. A rendere tutto  più difficile, però, sono anche le caratteristiche del tessuto produttivo in Italia, composto perlopiù da realtà medio-piccole.

“I modelli di organizzazione del lavoro flessibile riescono difficilmente a penetrare le realtà più piccole”, conferma Manidi. “Spesso per una semplice abitudine a considerare questo tipo di modalità di lavoro come eccessivamente dispersiva”. In media, le aziende utilizzano le soluzioni per il lavoro in remoto e i relativi strumenti di protezione (come le VPN) solo episodicamente. Con una rete privata virtuale* (VPN), è possibile proteggere le proprie informazioni da occhi indiscreti e migliorare la privacy online. La conseguenza è che, in molti casi, mancano policy e procedure chiare per gestire gli accessi. Il rischio, in pratica, è che un’implementazione con una connotazione emergenziale porti alla predisposizione di strumenti che non godono di un’adeguata protezione e che mettono a rischio l’integrità dei dati aziendali.


“L’approccio  corretto per affrontare questo difficile momento è quello di non considerare questa fase di smartworking “forzato” come una fase transitoria”, conclude Manidi. La solidità del sistema produttivo sarà garantita solo se le aziende italiane saranno in grado di non approcciare il tema in un’ottica di semplice transizione, ma di reale trasformazione”. Ingecom (www.ingecom.es) è stata fondata nel 1996 a Bilbao (Spagna). Ingecom ha uffici a Madrid, Lisbona e Milano. L’azienda fornisce ai propri Partner soluzioni di Networking & ICT Security validate e testate; è costantemente focalizzata sullo scouting di nuove tecnologie “complementari” che possano essere implementate presso gli utenti finali allo scopo di mantenere le proprie infrastrutture sempre adeguatamente performanti e protette.

*Una VPN è una forma di tecnologia che consente di accedere a Internet privatamente, lontano dagli occhi indiscreti del nostro Internet Service Provider (ISP), governo e potenziali hacker. Lo fa agendo come un tunnel che instrada la nostra connessione direttamente al Web, il che significa che nessun altro può rubare i nostri dati privati ​​o sensibili. Una VPN aggiunge un ulteriore livello essenziale di privacy alla nostra attività online, crittografando i nostri dati (trasformando le informazioni in codice speciale) in modo che le nostre ricerche private, le password e altro materiale sensibile non possano essere letti da altri. Una VPN consente inoltre ai suoi utenti di fingere di trovarsi in un Paese diverso, il che significa che è possibile accedere a contenuti che altrimenti non sarebbero stati disponibili.


6 commenti:

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