giovedì 6 marzo 2014

Acqua nel casco: Parmitano e Nasa spiegano incidente seconda EVA


Sono stati polso e sangue freddo a salvare la vita di Luca Parmitano, di fronte a un evento non previsto, inedito, in parte sottovalutato e mai simulato a Terra. Lo dice il report redatto dalla commissione Mishap Investigation Board, in sigla Mib, appositamente istituita dalla Nasa per fare luce sull'incidente in cui l'astronauta italiano ha rischiato di annegare nello spazio nel corso dell'attività extraveicolare (Eva) numero 23. 

Era il 16 luglio, per Luca e per l'Italia si trattava della seconda passeggiata tra le stelle, quando a soli 90 minuti dall'uscita dalla Stazione spaziale una copiosa perdita d'acqua nel casco, poi quantificata in circa un litro e mezzo, costringeva l'astronauta a fare rientro alla base, mentre il liquido aveva ormai raggiunto il viso di Luca, compromettendo anche i dispositivi di comunicazione.

A 7 mesi dall'incidente la Nasa ha reso pubblico l'esito dell'investigazione: un pdf di 222 pagine redatto da un pool indipendente di esperti che ha individuato l'origine della perdita. Secondo il rapporto è stato il guasto al Fan Pump Separator, un importante dispositivo incaricato di smistare ossigeno, anidride carbonica e umidità all'interno della tuta, che andando in blocco ha permesso all'acqua di entrare nell'elmetto attraverso il circuito di ventilazione dell'aria, quello da cui gli astronauti ricevono ossigeno. 

Il Mib ha individuato ed elencato tre cause principali dell'incidente, 19 secondarie, 30 osservazioni, 13 concause e 49 raccomandazioni. "Le tre cause principali sono: il fatto che questo elemento meccanico sia andato in avaria, un componente che non si pensava potesse andare in avaria. La seconda causa - spiega Parmitano - è stata una errata percezione di quanta acqua potesse essere immessa nel sistema di ventilazione in caso di fallimento di questo elemento.


"La terza causa: una non perfetta conoscenza delle dinamiche di un fluido in microgravità. Di fatto l'acqua si comporta in maniera diversa in orbita, questo fenomeno è conosciuto ma non è noto in che modo possa influenzare il funzionamento di determinati meccanismi". L'incidente poteva tuttavia essere evitato secondo il Board che cita tra le cause accessorie l'errata interpretazione di ciò che si era verificato subito dopo la prima Eva di Luca, quella storica del 9 luglio. 

Anche quell'occasione fu rinvenuta dell'acqua, circa un litro di liquido, nel casco dell'astronauta italiano che indossava la stessa tuta Emu. La perdita fu riportata successivamente all'ingresso di Cassidy e Parmitano nella Stazione spaziale (Iss) e fu quindi collegata alla fase di repressurizzazione. Sì ipotizzò dunque che fu lo stesso Luca all'interno dell'airlock a premere accidentalmente la valvola del sacchetto contenente l'acqua da bere causando la fuoriscita. 

Il sacchetto fu sostituito e l'evento archiviato senza ulteriori indagini.E' pur vero che fino ad allora le Extravehicolar Mobility Unit, le tute Nasa per le Eva, in servizio dal 1981, avevano funzionato perfettamente e nessun astronauta era mai stato coinvolto in incidenti potenzialmente letali. "Ci tengo a sottolineare - ha aggiunto l'astronauta - che in tanti anni di funzionamento della tuta spaziale Emu questa è la prima volta che si verifica un caso problematico". 

"In un ambiente straordinario estremamente difficile come quello spaziale è incredibile quasi che i nostri ingegneri abbiano fatto un lavoro talmente perfetto, tanto che la tuta ha funzionato così bene in tutti questi anni". Al momento la Nasa ha sospeso le attività extraveicolari almeno fino a giugno. L'Agenzia intende seguire tutte le raccomandazioni elencate dal Mib, mentre continuano le indagini per fare luce sulle cause prime del guasto. 



Fonte: TMNews
Foto credit: NASA

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